mercoledì, 11 novembre 2009
La reiterata scomparsa di un grande artista

Dal più grande e popolare negozio di musica digital online, vale a dire da Itunes, un megamazzino del suono che, movimentando solo ed esclusivamente files, vende esperienze immateriali, e quindi non ha bisogno di grossi capannoni in cui stoccare tonnellate di merce, mi aspetterei un’offerta vastissima ai limiti dell’infinito, e proposte continue che cerchino, a beneficio del fatturato aziendale, di espandere i miei orizzonti culturali con suggerimenti di brani e artisti a me completamente sconosciuti. Ma soprattutto mi aspetterei di trovare in vendita tutte quelle perle e rarità che il mercato discografico tradizionale, dovendo sostenere i costi di stampa e di distribuzione, aveva messo all’indice del “fuori catalogo” perché troppo poco remunerativi.
Insomma… che senso ha vendere a man bassa Alessandra Amoroso che tanto venderebbe a man bassa anche nei supermercati, e poi “dimenticarsi” di mettere a disposizione dei propri utenti chicche ormai introvabili su cd o costosissime quando reperite in vinile d’epoca su ebay?

Tanto per fare un esempio concreto: ora che anche io, irriducibile del padellone di plastica nera prima e del compact dopo, ho ufficialmente abbandonato la musica su supporto fisico dandomi al download, ero convintissimo e strafelice di poter comprare in pochissimi clic la (ridottissima, a dire il vero) discografia completa di un’artista il cui materiale cerco da anni, vale a dire Klaus Nomi.
Lo so bene che questo nome non dirà nulla al novantanove per cento dei miei quattordici lettori, ma è solo perché stiamo parlando di una quasi-stella della musica internazionale che ha cominciato a brillare nei primissimi anni ’80, ma che poi si è spenta subito per essere finita troppo prematuramente sotto la falce della nera signora.

Talento contraltista contaminato dal synthpop che dominava all’epoca, Klaus Nomi (nom de plume del tedesco Klaus Sperber) ha saputo creare una affascinante, incredibile amalgama di lirica e musica elettronica, di canzonetta leggera ai limiti del dance e altissima sinfonia. Ce ne sono stati pochissimi, di artisti simili a Klaus Nomi per talento vocale e desiderio di ricerca (in Italia, grazie a Dio, abbiamo avuto Giuni Russo, la cui produzione meno popolare ha molto in comune con quella di Nomi), e certo, nonostante non fosse più di primo pelo quando cominciò a registrare dischi, sarebbe diventato una celebrità internazionale, e avrebbe finito col passare alla storia come una delle voci più interessanti e complete del mondo, e non solo come una delle primissime vittime celebri dell’AIDS.

Ma tornando a bomba… la discografia di Klaus Nomi è minima, solo due album originali e tre-quattro raccolte postume (compreso un live), e io ero convintissimo di potermela acquistare tutta a prezzo ridotto su Itunes… e invece ciccia, mi sono dovuto accontentare di “Za Bakdaz”, un collage (per carità, interessantissimo e degnissimo) di bootleg e registrazioni scovate nel tempo da uno stuolo di irriducibili fans. Ma nessuno degli album ufficiali sembra per il momento destinato alla vendita; così per recuperare pezzi mozzafiato come quel colpo al cuore di canzone che è “Cold song”(basata su un’aria lirica di Purcell) non ho altra scelta che ricorrere al download illegale e alla pirateria la quale, al contrario delle aziende ufficiali, non si perde una rarità, un pezzo prezioso, un oldies coi fiocchi.

Dunque, nel mio piccolissimo, vorrei colmare il vuoto lasciato dalla sempre troppo disattenta industria della musica in vendita, e segnalo a chiunque abbia voglia di scoprire qualcosa di particolarissimo e certo unico, i due unici album registrati in studio (“Klaus Nomi”, 1981 e “Simple man”, entrambi stampati su etichetta Spindizzy Music / RCA S.A) da questo enorme artista che, per un destino che crudelissimo si ripete uguale a se stesso, continua a scomparire immeritatamente.

Postato da: maionese a 11/11/2009 09:52 | link | commenti |
juke box

martedì, 10 novembre 2009
900

Come è ormai consuetudine, tagliando il traguardo di altri cento post pubblicati, questo blog si autocelebra e riflette su se stesso.
Con questo fanno novecento articoli pubblicati dal luglio 2005 ad oggi, novecento giorni di verbosissimi commenti a ciò che mi accade intorno, ai libri che mi passano per le mani, alla musica che ascolto; novecento post tutti scritti nel tentativo, ambizioso ma indispensabile per qualunque blog, di far sì che, in qualche modo - astruso come astruso è il cosmo di internet - le mie esperienze possano, nel loro piccolissimo, essere utili anche a qualcun altro.

Visto e considerato infatti che da queste pagine web non ho mai tirato fuori un singolo centesimo di profitto economico, ma che anzi, al contrario, mi sono costate in termini di abbonamento al servizio e, soprattutto, tempo ed energie creative sfogate qui anziché altrove, quando mi interrogo sulle ragioni che ancora mi spingono al sacrificio quotidiano di trovare ogni santo giorno qualcosa di interessante da dire, la sola parola che mi viene in mente è: condivisione. Un concetto che ormai ha perso il suo significato originale, in quest’epoca in cui, proprio grazie a internet, l’idea di “mettere la propria esperienza a disposizione degli altri” viene scambiata con “esporre nella vetrina digitale gli affaracci propri, in un gran minestrone di pubblico e privato shakerati insieme”.
Non è mai stato questo, l’intento del blog vecchiotti.it, tant’è vero che ben raramente vi racconto i casi miei, le mie emozioni più intime che preferisco riservare non a chi mi legge ma a chi mi ascolta guardandomi dritto nelle palle degli occhi.
Ho sempre pensato che questo dovesse essere un blog personale sì, ma mai privato, e ho evitato come la peste bubbonica il rischio di cadere nel solito, noioso diario di chi ti descrive attimo per attimo ogni volta che va a fare la pipì, e di che colore era.

Avrei l’aspirazione di essere considerato uno scrittore, e uno scrittore sa sempre portare i propri contenuti più minimalisti e quotidiani a livelli generali, condivisibili appunto, e di interesse comune.
Volevo insomma fare questo tentativo di partire dalla mia banale vita giorno per giorno (tanto per citare “Il cosmo secondo Agnetha”) per produrre qualcosa che anche la persona più estranea e lontana da me potesse leggere, comprendere, apprezzare, magari sentire suo. Senza contare i molti che passano da qui e condividono a tal punto i miei pensieri da copiarli pari pari spacciandoli per farina del loro sacco.
Ma anche questo è, a suo modo, un successo.

Fermo restando che, pur non scendendo nel racconto dettagliato della mia noiosissima giornata, in novecento di questi post, alla fine non mi sono mai esentato dal mettermi a nudo con le mie idee, i miei pensieri, i miei modi di essere e i miei errori, a volte solo di ortografia, altre volte di vita vissuta.

Postato da: maionese a 10/11/2009 10:52 | link | commenti |
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